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Gennaio 2018

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Dalla posizione fetale a quella erecta

Gennaio 22, 2018

Il meglio filosofo dei nostri tempi consiglia di rifarsi il letto, quale metafora del divenire adulti. Ci sono, infanti umani ed abnormi, che ancora non sono in grado di badare a loro stessi eppure si atteggiano a maestri e principi del mondo, proprio laddove la loro minuscola autostima è celata da una aggressività verbale e aimé spesso fisica. Quegli onnipotenti ignari del necessario e obbligato passaggio dalla comoda e indisturbata onnipotenza infantile alla nuova e ruvida consapevolezza. Inconsci volontariamente, ma pur sempre incatenati dalla loro stessa essenza del fatto che non tutto è subito e che gli altri non sono utensili per la propria felicità, ma soprattutto che la vita è la materia prima più dura, ma proprio per questo necessaria. La vita non è latte materno sempre disponibile e in abbondanza, bensì è “marmo da scalpellare michelangiolescamente giorno dopo giorno, perché ne venga fuori il progetto che vi è inscritto e che vi abbiamo intravisto“.

Dunque la necessità primaria da sviluppare al fine di vivere la vita e uscire senza traumi dalla dolce vita fetale infantile è imparare l’ormai noto a parole «mestiere di vivere» raggiungibile, forse, grazie al tempo che rende il frutto dell’animo umano maturo. Ma cosa e soprattutto quando si può dire di essere finalmente maturi? La risposta più banale può essere semplicemente il principio massimo e unico dell’accettazione: “maturo è chi riesce a mettersi d’accordo con la vita smettendola di aspettarsi qualcosa da lei, ma accetta coraggiosamente sia lei ad aspettarsi qualcosa da lui, in un sempre più armonico dialogo tra la naturale sete di felicità e gli altrettanto naturali limiti umani con cui ci si scontra nella bellezza incompiuta del cosmo.”

Dunque, solo se si ha coraggio di abbandonare la posizione fetale e di aprirsi al mondo in modo esplorativo e generoso, allora e solo allora, si potrà conoscere la felicità. Anche e soprattutto a costo di conoscere, oltre alle gioie, le ferite che inevitabili attraversano il cammino del guerriero.

Ma, anche quando finalmente si crede di essere diventati degli immancabili verticali ci saranno momenti in cui sarà estremamente necessario tornare ad avere la forza di riprendere la posizione erecta. Per migliorare le cose, le si deve amare e quale migliore metodo per raggiungere questo stato di amore se non analizzare la bellezza e la bruttezza delle cose per poi poterle amare nella migliore e candida purezza? Spesso, il “poeta” ci ricorda, la bruttezza è semplicemente “temporanea incompiutezza“.

L’amore lo si trova negli occhi delle persone. Avete mai provato a fissare l’altro per qualche minuto senza dire nulla? Solo tentando si potrà conoscere la profondità dell’anima che scorre liquida sino alle cavità del cranio riempita da due sfere gelatinose che ci permettono di percepire colori, forme e sfumature di questo cosmo. Solo guardando negli occhi bambini e adulti-bambini si riconosce la loro essenza e la si rimanda a loro permettendo di fargli raggiungere la posizione erecta. “Solo così bambini e bambine si compiono in uomini e donne capaci di stare al mondo con la schiena dritta e lo sguardo aperto all’orizzonte, senza paura di averne paura, senza deliri di onnipotenza risarciti da dipendenze regressive, stordenti o addirittura distruttive, ma con gli umanissimi sorrisi o lacrime di chi è, come diceva Hannah Arendt di ogni nascita, qualcosa di nuovo da introdurre nell’anonimato della moltitudine e nel già visto della storia — e sa di esserlo.”

Nelle Metamorfosi, Ovidio, come insegna D’Avenia nel libro “Ogni storia è una storia d’amore”, parla di effervescere, inteso come scintillio delle stelle nel cielo non appena Dio le pose nel cielo. E questo effervescere  sta piano piano sbiadendo, il cielo che oggi vediamo non è più visto come accadeva dagli antichi. L’uomo ha il volto perché è ri-volto verso il firmamento o orizzonte, vincendo quel sentimento di vergogna del vivere, altrimenti definito paura. Tutto dipende dallo sguardo e da ciò che lo attrae e noi diventiamo ciò che guardiamo. Oggi dove? Verso il basso (telefonini) scordando di intercettare in orizzontale il volto altrui e in verticale la volta celeste. Chi non guarda i volti e la volta rimane in una condizione pre-umana, perché unicamente “nel volto dell’altro si scopre la propria essenza umana, solo nella volta del cielo si scopre la propria essenza divina. Senza uno dei due sguardi l’uomo zoppica, senza entrambi è paralitico.”

Fonte: Donnasapiens

Testi: http://www.corriere.it/cultura/18_gennaio_21/1-ogni-benedetto-lunedi-alessandro-d-avenia-letti-da-rifare-rubrica-120974a2-febd-11e7-8f20-c3835ef8a905.shtml

“Ogni storia è una storia d’amore”, Alessandro D’Avenia